Diario di Pechino


Oltre all'amore per i racconti, dentro di me è nato, anno dopo anno, l'amore per i diari. Il primo, un quaderno rilegato in tessuto color verde scuro, fatto a mano da mia sorella, mi è stato regalato all'età di 15 anni. Allora studiavo stenografia e, per non far scoprire da nessuno della mia numerosissima famiglia cosa c'era scritto, usavo spesso la stenografia.

Il diario per eccellenza è il diario di viaggio. L'ultimo in termini di tempo è giusto quello che mi ha portata ad aprire questo blog; il Diario di Pechino.

Eccolo:


 

Prima puntata:


Simbolo della compagnia aerea disegnata durante il volo:


4 luglio 2011 ore 14 di Milano

Siamo partiti con quaranta minuti di ritardo a causa di “eccessivo traffico”. In quei quaranta minuti non ho visto decollare né atterrare alcun aereo. Ma forse ero distratta. Passati i quaranta minuti siamo decollati, uno dopo l'altro, cinque aerei in pochi minuti.

Il cielo era azzurro opaco. I tre motori sotto l'ala che vedevo dall'oblò diventarono color giallo-oro, un attimo dopo erano rossi per poi cambiare velocissimamente colore: prima rosa e poi grigi. Un tramonto veloce.


Aeroporto di Doha, sera

Ho girovagato per oltre mezz'ora. Non me la sentivo di fare delle compere al duty free, mi mancava la forza e l'energia per farlo. Era presto; avevo oltre cinque ore davanti a me. Il mio volo per Pechino partiva all'una di notte.
Cenare non avevo voglia. Il pranzo l'avevano servito durante il volo dopo le due e mezza quando dalla fame non riuscivo a star ferma. La colazione risaliva addirittura a un'altra epoca, difficile da ricordare.
Niente cena, dunque, almeno per il momento. Dalla galleria avevo intravvisto un paio di turbanti e relativi abiti di un bianco splendente. I signori erano seduti al bar che si trovava più lontano. Subito m'era venuta voglia di andarci. I tavolini in marmo, le sedie imbottite, legno e tappezzerie – tutto era così diverso dal resto. L'aeroporto è il più immenso che abbia mai visto, moderno e del tutto anonimo. Questo piccolo bar era un'eccezione preziosa.
Avevo ordinato un fruit-salad, giusto pronto per il mio palato arso e stavo infilzando il primo boccone di anguria con la forchettina quando avevo visto il prezzo: ventisette euro. Lo sapevo perché avevo prudentemente domandato alla cassa se accettavano l'euro; sì l'accettavano.
Non volevo fare la solita figura da spilorcia ma ventisette euro sono troppi, così l'avevo rifiutato domandando alla cassiera: “Are you sure it costs twentyseven euro?” L'enghippo s'è presto sciolto, il prezzo tradotto era meno di sette euro, così ho rincuorato il giovane cameriere che mi ha riportato il povero piatto.


Aeroporto di Doha, più tardi
Devo aver lasciato due euro di mancia per sbaglio, tenendomi la banconota locale di nessunissimo valore. Sarà stato questo e la mia borsa nepalese new age, fatto sta che un cameriere, si seppe poi che era nepalese, mi aveva dato una dritta: se la coincidenza era così tardi la notte si aveva diritto alla cena gratis. Sarei andata comunque in quella mensa in ogni caso perché servivano delle pietanze dall'aspetto rassicurante. Così, in più, avevo cenato gratis: riso brasmati a volontà e fettine di manzo (poche) in una salsa piccante buonissima, tale che avevo fatto fuori la quantità industriale di riso che m'avevano dato.
Non avevo più una lira locale ma desideravo tanto di scolarmi una bottiglietta di birra analcolica che servivano in quel bar dall'aspetto intimo. Dovevo assolutamente arrivare alle undici – undici e mezzo prima di lasciarmi andare sulle poltrone del mio gate. Erano soltanto le nove meno un quarto, ancora due ore e mezzo e intanto sentivo avanzare l'idea poco confortante del sonno.
Per fortuna anche all'ora della mia partenza ci saranno diversi voli. Dal mio gate partiva uno per Hanoi alla una.
Sotto il finestrone della mensa i pullman vomitano turisti in arrivo. E' una città questa, non un aeroporto. All'improvviso non ho per niente sonno. Fuori ci sono quaranta gradi precisi-precisi, qui dentro a malapena s'arriva a venti. Ho messo lo scialle sulle spalle. Tra la borsa nepalese e lo scialle pachistano (Made in China) sono ben inserita nella fauna presente. Mamme col velo integrale che sgridano le figlie piccole, vestite all'occidentale. Chissà con che occhiata sgridano le figlie quando per gli occhi non vi è che una fessura. Fossi io la bambina le farei delle pernacchie.
Il mio vicino di tavolo è pachistano: naso preciso, occhi che ti risucchiano l'anima. Capelli con la brillantina o senza – sembra non faccia differenza. Ci scambiamo pochi frasi e me ne vado, mi troverà lui più tardi mandandomi un saluto con la mano da lontano. Ha il mio email.

Aeroporto di Doha, più tardi

Alla fine la macchina fotografica l'ho comprata lo stesso. Forse non era il tipo giusto ma era in offerta con più megapixel, memoria in omaggio... , insomma l'ho comprata e basta.
Mancano ancora troppe ore.
La birra più che analcolica sembra un succo. Un succo di frutta con la schiuma. Bello schifo. Pazienza, me la scolo e poi mi fiondo nella camera buia dove ci sono i chez-longue.

Aeroporto di Doha, 5 luglio

Fatto il boarding l'autobus s'affretta verso il nostro velivolo che però non c'è o almeno così mi sembra. Un po' spaventata mi rivolgo agli altri ma loro ci ridono sopra: l'aeroporto è talmente vasto che per arrivare all'aeroplano avrei fatto sei-sette fermate con la cinquanta. Non avrei mai immaginato che l'indomani a Pechino avrei preso lo shuttle per andare a ritirare i bagagli. Non si finisce mai di imparare.






Seconda puntata:









8 luglio 2011

E' venerdì pomeriggio. Sono rimasta sola in questo enorme campus. Le mie compagne di classe sono scappate via non appena ha suonato il campanello. Non le biasimo, nemmeno io vorrei un adulto tra i piedi durante il weekend. Ho pianto, mi sono lavata la faccia, ho pianto di nuovo e adesso sono calma.
Sono arrivata a Pechino tre giorni fa. Il viaggio è stato lungo ed estenuante ma mi aveva spronata quest'impresa non facile da portare avanti. Io sono talmente abituata alle imprese non facili; direi fin da quando mia madre mi portava in grembo.
Tuttavia le prime mosse sono state inaspettatamente facili, tanto che non mi ero nemmeno accorta di farle, salvo poi quasi addormentarmi in piedi, dopo aver così trascorso circa ventidue ore.
La mia compagna di stanza era oltremodo gentile, tanto che la notizia che per quasi tutto il mese avrebbe lasciato la camera tutta per me perché doveva fare un viaggio, per me non era un sollievo bensì un vero dispiacere. Separarmi da lei appena conosciutesi non mi sembrava fonte di gioia.
Le difficoltà si sono via via accumulate. Il cellulare non era abilitato per chiamate all'estero. Lo stesso cellulare prendeva sì internet ma non permetteva l'uso degli e-mail. Nel campus la maggior parte degli studenti usava il proprio computer, il mio l'ho lasciato appositamente a casa. La carta telefonica che avevo comprato andava bene per i cellulari, salvo per il mio. Un'altra carta telefonica con la quale avrei potuto chiamare all'estero dal telefono fisso in camera era introvabile.
Avevo parlato con mio figlio il giorno dopo l'arrivo e poi nulla. Nessuna notizia ricevuta, nessuna notizia inviata. Niente di niente. Bollivo dalla frustrazione. Intorno a me tutti si divertivano, si scambiavano e-mail, si mandavano sms, stavano ore col telefono all'orecchio. Tutti ma non io.

La notte che la mia compagna partiva avevo fatto un incubo: mio figlio teneva in braccio la mia gatta, Iris. Lei aveva il pelo arruffato ed era grande il doppio. Mi sono svegliata in piena notte col cuore in gola. Mi sono appisolata ed ecco che un brutto ceffo tentava di aprire la portiera della mia macchina. Io avevo schiacciato il bottone di sicurezza ma lui lo aveva aperto lo stesso e mi aveva costretta ad uscire. La trama proseguiva poi in un albergo dove la polizia aveva acciuffato i ladri che alla fine erano diventati tre, due uomini e una donna. Insomma non è stata una notte facile.

C'è stato un altro lungo giorno senza che riuscissi a sentire i miei cari, ma oggi, dopo aver trafficato un ulteriore ora e mezza nell'internet caffè, mi si è aperta la pagina della mia posta e quando ho letto la prima mail di mio figlio una lacrima mi è spuntata senza che me ne accorgessi.

E' sera. Oggi avevo parlato con X e con Y, avevo parlato con mia sorella in Ungheria. Adesso potrò farcela.

Sono andata fuori a cena. In principio ero indecisa tra andare fuori o restare a consumare la cena tutta sola in camera. In ogni caso al super ci dovevo andare, tanto valeva proseguire.
Lungo la strada una miriade di situazioni umane: quelle tristi e depresse della gente che s'affretta a rientrare in casa dopo aver comprato le ultime cose; il nonno che raccatta da terra un lungo pezzo di spago di nylon con cui trascinare il nipotino in groppa al triciclo; giovani e giovanissimi vestiti o malapena coperti di qualche pezzo di stoffa, spensierati, soli o in gruppo; madri con figlie; madri giovani e vecchie, una coppia di anziani ... mentre li sorpasso improvvisamente mi ricordo di pagine della loro storia recente di convulsioni politiche e di guerre; poi ancora anziani e poi gente che traffica con ogni sorta di cosa in mezzo alla strada; poi file di biciclette specie di bici con pedana portapacchi dalle dimensioni inimmaginabili e poi auto e taxi che vanno in ogni direzione quando il semaforo è verde ma anche quando è rosso ed è un miracolo che non succeda mai niente.
E poi c'è il sottoponte male illuminato dove a quell'ora smontano uno specie di mercatino dell'usato di soli mobili, per lo più divani.

Quattro delle più grandi università di Pechino si trovano su questa viale che, non a caso, si chiama xueyuanlu, vale a dire: viale delle università.
Superate tutte quante arrivo al mio quartiere preferito che è riuscito ad evitare la demolizione propagatasi in occasione delle costruzioni per le Olimpiadi del 2008. Qualche trasformazione era stata inevitabile ma è ancora un quartiere bello e vivace. Il mio è un ristorante semplice dal servizio molto “yiban”, cioè ordinario. A me, però, piace per la tranquillità che si respira, per il cibo buono ad un prezzo più che buono e per quello che si vede dalla finestra mentre si mangia.
La gente che passeggia sotto la finestra è decisamente poco formale, l'età media s'alza leggermente, si accoglie sprazzi di discorsi delle passeggiate dopocena concesse per digerire e per tirare tardi. Vedo persino un uomo in pigiama a braccetto con la moglie vestita normalmente. Guardare fuori dalla finestra significa anche essere guardati dalla strada, specie se sei uno straniero, è un piacere reciproco.

A pancia piena il rientro sembra molto più lungo. Mentre cenavo la sera è calata portando un buio pesto. Qui non ci sono tante luci, il minimo indispensabile. I venditori di mobili non ci sono più, trovo invece un carrellino di frutta e un altro di libri. Tra leggere e mangiare ognuno trova il suo, a quanto pare.




Terza puntata:

Biglietti d'ingresso a Yi He Yuan (Palazzo d'Estate):

                                 

9 luglio 2011

Per la prima volta ho dormito a lungo. Mi ero svegliata alle due di notte, poi subito riaddormentata. Sono le nove passate quando finalmente mi alzo.
Solitamente sono sbrigativa, non perdo tempo nel fare le cose. Qui è diverso. Vado avanti e indietro tra la camera e il bagno e tra la camera e il balcone. Tiro fuori una cosa dall'armadio poi di nuovo vado a prendere un'altra cosa. Frugo nella borsa alla ricerca di qualcosa che poi dimentico e quindi torno a prenderne un'altra. Sento che tutto il mio essere ha bisogno di tutto questo tran-tran per abituarsi a qualcosa che non riesco a decifrare. Perdo un'ora e mezza prima di riuscire ad uscire.

Per prima cosa devo sistemare la faccenda del telefonino. E ' nuovo e non sono ancora riuscita a fare una telefonata. Una voce diceva che la scheda non era abilitata alle chiamate internazionali, nemmeno utilizzando le carte telefoniche.

Nel negozio il mio venditore é impegnato con dei clienti ma mi da retta lo stesso. Dopo diverse telefonate viene fuori la proposta definitiva: devo comprare da loro una scheda prepagata specifica e con quello dovrei farcela. Non ho i 200 yuan con me e con ciò la faccenda è rimandata all'indomani.

In borsa ho si e no 70 yuan. Prendo l'autobus e arrivo a Yiheyuan. L'entrata costa 60 yuan. Provo a mostrare la mia tessera universitaria et voila: il costo ora è 15 yuan. Sono contenta come pochi.

Nel parco ci sono tanti edifici. Ovunque esseri umani eccitati e sudati. Donne, uomini, bambini. File alle casse. Guide turistiche col microfono. Passeggini e palloncini. Tutine e cappellini. Tutti vestiti a festa.

Sono fortunata. A Pechino, in questa città di caldo e di smog, è difficile vedere un cielo azzurro d'estate. Eppure da quando sono qui, a parte il primissimo giorno, il cielo sereno resiste. Soffia un venticello fresco dal lago e si sta proprio bene sulla prua del battellino.  E' solo dopo che, ad onta del venticello, sono costretta a versarmi l'acqua sulla testa per resistere.

Uno dopo l'altro visito tutti i luoghi d'obbligo. Ad un certo punto di nuovo mi sfiora l'alito della loro millenaria storia.  Sono seduta su un muretto, leggermente appartata. Sulla mia sinistra un tortuoso sentiero di pietra costeggia il muro del palazzo. Intorno diversi edifici minori nei loro cortili. All'improvviso vedo una serva passare furtivamente per andare ad incontrare il suo signore, suo amante, nel cortile antistante.
Passata la visione mi fermo a pensare come doveva essere regolamentata la loro vita in ogni minuscolo aspetto. Ogni cosa al suo posto. Forse anche troppo regolamentata per i gusti dei nostri tempi.




Quarta puntata:




11 luglio 2011

Ieri finalmente mi sono connessa con il resto del mondo, almeno via cellulare. E' stata una grande conquista per me ottenuta grazie alla mia tenacia e caparbietà.

Nel negozio di China Mobile erano in tre a servirmi. Per prima cosa avrebbero voluto spedirmi nel vicino negozio di China Telecom ma io avevo ribadito, con un cinese stentato, che se il giorno prima lui personalmente m'aveva promesso di risolvere il problema non appena avessi portato i 200 yuan richiesti per l'abilitazione della carta, il giorno dopo non poteva spedirmi chissà dove ma doveva darsi da fare e subito. Alla fine ero riuscita ad avere persino un memory card per le foto con lo sconto del 50%, cosa inaudita per quel tipo di merce.

Dunque potevo telefonare.

Per prima avevo chiamato mia sorella in Ungheria che non sentivo da prima della partenza. Lei mi avev richiamata utilizzando una sua carta telefonica, la stessa che usava per chiamarmi in Italia, praticamente gratis. In quella mezz'ora consentita dal suo credito disponibile avevo cercato di raggiungere la velocità massima ad onta del clima che inibisce ogni cosa che faccio. Le avevo raccontato delle lacrime alla vista del mail di mio figlio, le avevo parlato delle mie difficoltà tralasciando solo il fatto che m'era venuta pure la diarrea parsa poco importante al momento.

Oggi quando mi chiamerà di nuovo (me l'ha promessa) la prima cosa che le dirò è che sono stata costretta ad andare in farmacia. Diarrea a tutto gas - iniziavo a preoccuparmi. Grazie a Dio e alle grosse quantità di medicine che ho preso, pare che il problema sia in via di risoluzione.

Oggi dunque mi sento un essere umano. Lo studio è sempre tanto e io c'impiego moltissimo tempo ma al di là dell'interesse per lo studio e la salute avevo iniziato a sentire il gusto della scoperta. Avevo notato l'assenza del cimitero dei personaggi illustri già visto la prima volta che ero stata qui. Al posto suo c'era un palazzo in costruzione. Stasera però avevo scoperto un piccolo luogo che a me era sembrato sacro. Mi era venuta voglia di chiedere agli spiriti del luogo di aprirsi a me che ero lì per conoscerli. Mentre l'umiltà cresceva dentro di me un venticello sospirava tra i fusti di bambù. Avevo poi continuato a girovagare mentre scendeva la sera e la luna quasi piena avanzava verso alto rosso pallido. In quel mio vagabondare avevo scoperto un piccolo gazebo coperto dalla vigna. Tra i rami di un vicino albero saltellavano allegri tre uccelli simili ai ghirlandai. Quando mi ero alzata per andarmen uno di loro s'era messo a protestare a gran voce per il disturbo. Poco più avanti mi si era parato davanti una serra con uno spazio antistante adibito ai lavori di giardinaggio. Montagne di vasi di terracotta erano in pila in attesa di venir utilizzati, pianticelle a diverse fasi di sviluppo dagli appena nati ai pronti ad essere disposti in vaso, intorno buio e silenzio. "Ah, quanto mi piacerebbe fermarmi un annetto a fare l'aiuto-giardiniere" - pensai - "a costo di fare la fame". Con simili pensieri in testa le mie gambe mi portarono al piccolo stadio. Era delimitato da una rete alta con un'unica entrata aperta a quest'ora. Nell'interno, lungo gli anelli per le corse, una quantità di persone era impegnata a fare "attività della salute". Quasi tutti stavano semplicemente camminando, ognuno col suo passo, nessuno controcorrente. Solo pochi s'azzardavano a fare jogging o addirittura a correre. Alcuni aggiungevano degli esercizi blandi, molto ridicoli a vedersi, alzando alternativamente le braccia. Eravamo nel campus dell'università ma la gente veniva da tutte le parti, un po' come quando noi di Milano andiamo la domenica all'Idroscalo a prendere il sole.




Quinta puntata:



13 luglio 2011

Un'altra mattinata di scuola. Dopo un pranzo consumato in mensa con una compagna mi sono blindata in camera a studiare. Aria condizionata a manetta, dalla una alle quattro meno un quarto non mi sono fermata un attimo.

Questo weekend andiamo a fare una gita in pullmann, per la verità ne riempiamo due, meta la Mongolia. La Mongolia Interna, quella che è stata annessa alla Cina.

Oggi briefing generale: vengo a sapere che è inclusa una puntata a Da Tong, località che avrei dovuto visitare nove anni fa quando mia madre è ..... ma lasciamo perdere i tristi ricordi.

Dunque si va anche a Da Tong.  In Mongolia di notte farà un freddo cane, Elena, un'altra compagna italiana, mi ha promesso di prestarmi la sua felpa per l'occasione.

Domattina mi alzo prima, devo ancora studiare un pezzo.



Sesta puntata:


15 luglio 2011

Ho preparato lo zaino, bello grosso, tutto pronto per la partenza. Prima si va a scuola, anzì, prima suona la sveglia di nuovo alle sei e mezzo perché anche oggi ho tralasciato di studiare un pezzo.

Non ce l'avevo fatta più. Dopo quasi tre ore e mezzo ero arrivata al limite. Dovevo uscire per forza.
Fuori il caldo era opprimente. Sul laghetto dondolavano gentili i fiori di loto. Non soffiava nemmeno un leggero alito di vento.  La traduzione che stavo facendo era semplice ma pur conoscendo gran parte delle parole mi costringevo a fare delle verifiche meticolose. Decisamente non era giornata. M'aveva persino assalita l'idea di bigiare l'ultimo giorno di scuola e di non presentarmi alle verifiche di fine corso. Che figura magra! Mi sono vista denigrata e resa ridicola dal coro insegnanti. No, decisamente non potevo arrivare a tanto.

Per fortuna era arrivata la compagna italiana per fare due chiacchiere. Mi era parso di essere stata di buona compagnia a mia volta e desideravo esserlo davvero. Avevo bisogno di sentirmi accettata, ad onta dell'enorme differenza di età e in quell'occasione mi era sembrato di esserlo. L'indomani si partiva in pullman, anche lei veniva e io speravo di poter condividere la camera con lei durante il viaggio. Certo non l'avrei potuta biasimare se avesse preferito la compagnia di qualche amica coetanea. “Verrà come verrà” avevo pensato.

Intanto ho preparato la macchina fotografica nuova, ho caricato la batteria ben-bene e ho messo via il libretto di istruzioni da leggere durante il viaggio. Avrei voluto portare anche il libro che sto leggendo: Tokyo blues di Murakami. Alla fine ho optato per il libro di traduzioni - in questo campo sono particolarmente malmessa – così non c'era più posto per il libro giapponese.


Frammenti

6 luglio 2011

Ho ritrovato il venditore di carne di capra – sono fatti alla griglia, cioè dei bastoncini di carne caprina girati sopra la griglia. Stasera ho mangiato in camera: un gran casino, non sapevo come aprire la bottiglia della birra, è fuoruscito un bel po'. Dopocena ho camminato un po', c'è ovunque ancora quel sapore di Pechino che avevo visitato 9 anni fa.

La mia compagna di stanza domani va via per un po', forse nemmeno la rivedrò. Gentile, mi aveva aiutato a comprare il telefonino – non è stato facile nemmeno per lei che è coreana e parla benissimo il cinese. Poi avevamo festeggiato l'evento con caffè annacquato e thé in una minuscola bottega. Il thè era buonissimo, a comprarlo, però, ci ho lasciato un sacco di soldi.


7 luglio 2011

Mi sento soffocare. In tutti i sensi. L'aria condizionata mi toglie il fiato e non si può nemmeno guardare fuori dalla finestra perché c'é la zanzariera.


8 luglio 2011

Sono sofferente. Sento la mancanza dei miei cari.
Ho vissuto la disperazione di chi non può più comunicare con i propri cari.



Settima puntata:






15 luglio Inner Mongolia

Sono quasi ubriaca. Avrò bevuto mezza bottiglia di birra e sento già che mi basta. Sarà l'aria.

Lungo la strada, dopo i campi polverosi della Cina improvvisamente si erano dischiuse le vallate della Mongolia. Allo stesso tempo il cielo era diventato azzurro laddove tra le nubi si riusciva ad intravvedere un lembo di cielo. I campi ispiravano dedizione e amore con i loro colori variegati, mai troppo verdi, mai troppo smaglianti. Tra le nubi si scorgeva la pioggia che cadeva perché la nube non la sosteneva più e così tra un'acquazzone e il sole il pullman procedeva a velocità sostenuta. Qua e la, nei campi, uomini e donne lavoravano piegati in avanti. Le loro vesti colorate, rosso o verde, brillavano al sole.

Il campo riservato a noi è del tutto banale, fatto per i turisti. Eccezion fatta per le tende mongole, qui tutto è pacchiano, kitsch. Le tende mi piacciono, a partire dalla porticina in legno pitturato con decorazioni locali. Lungo la parete circolare un continuo intreccio di bambù. Il soffitto a cono è sorretto da lunghe liste di bambù, il cerchio in mezzo è in legno laccato rosso. C'è persino la luce elettrica: una lampadina “alla vietnamita” (vale a dire senza paralume) che illumina tutt'intorno. Il pavimento è coperto da una pedana, salvo un metro quadro scarso per chi entra. Sulla pedana è poggiato un materasso intero dove si dorme in sei. Per il momento le coperte sono piegate lungo il muro e in bel mezzo al “kang” vi è un bel tavolino basso, laccato rosso e decorato con un drago d'oro, anzì, con due draghi d'oro.

C'è la luna piena stanotte, niente Via Lattea, c'è troppa luce nel cielo. Vado a letto presto, ci alzeremo alle quattro per vedere il Sole che sorge.



Ottava puntata:




16 luglio 2011 Datong

Sono in un albergo a quattro stelle - dalle stalle (mongole) alle stelle (quattro) di Datong -, mi sono fatta la doccia e sto bevendo il secondo caffè da quando sono qui. Dunque sto gustando un indecente caffè liofilizzato ma la sola idea che sia gratis me la fa piacere subito. Sono scompagnata (era la cosa che più temevo in questo viaggio), non perché sono brutta, vecchia e cattiva ma semplicemente perché c'è chi sta peggio di me. Io almeno me la cavo in ogni situazione. La mia compagna di turno è giapponese. Le avevo lasciato scegliere il letto a lato finestra ma poi la prima doccia era per me. Dunque il caffè fa schifo. Mi piacerebbe correggerlo con la grappa dei mongoli. Ce l'avevano fatta assaggiare ieri e io oggi, dopo la sfacchinata matutina, me la sono comprata.

Nel programma di quelli che andavano a cavallo per non meno di due ore era prevista una visita al vicino villaggio mongolo. Io avevo portato con me una canotta nuova, troppo piccola per me, con l'intenzione di sbarattarla con qualcosa di loro. Una cosa qualsiasi, purché fosse fatta da loro. Mentre gli altri partivano a cavallo – per me di cavalcare non se ne parla, primo perché non ci provo gusto, secondo perché mi fa venire mal di schiena – dunque io e i miei compagni che avevo tirato in ballo li seguivamo a piedi.

Sarà perché la sera prima un gruppo di turisti aveva fatto arrabbiare gli organizzatori, sarà per qualche altro motivo, fatto sta che del villaggio non v'era neanche ombra. Avevamo dovuto accontentarci di due belle tende mongole allestite a bella posta per i turisti e di una giovane donna in costume tradizionale. Ci avevo impiegato metà di un secondo per capire che era questo di cui si trattava e per reprimere la mia crescente delusione avevo preso il regalo (la canotta) e l'avevo messa in mano alla mongola tradizionalista. Lei non capiva cosa stesse succedendo ma poi per l'educazione l'aveva presa e mentre a tatto cercava di capire il contenuto del sacchettino di plastica mi aveva detto un bel grazie e poi l'aveva subito messa via. La tradizione cinese trova infatti di cattivo gusto aprire i regali subito come se si volesse verificarne il valore.

Più tardi avevo cercato di chiederle della grappa locale, se c'era qualcuno che la vendeva, ma in quelle lande deserte, seppur stupende, non c'era nessuno che raccogliesse la frutta per farne della grappa e per bersela. Avevo fatto tutta sta strada per andare a finire di comprare la grappa industriale al chiosco per turisti.

Ora la stanza dove scrivo è d'un hotel a quattro stelle, ai piedi le belle pantofole imbottite dell'albergo, in bocca ancora il sapore del caffè appena bevuto. Ormai ho poche illusioni, nutro poca speranza di assaporare qualcosa di autentico in questa Datong che nove anni fa non avevo potuto visitare.


Nona puntata:

17 luglio 2011 - Pechino

Sono rientrata all'università dopo la gita di due giorni e mezza. La camera mi ha accolta con la sua familiarità, la doccia era rinfrescante come al solito. Prima non avrei potuto immaginare di trovare piacere entrare in questa stanza. Le cose cambiano, sto cambiando anch'io. Trovo, ad esempio, piacevole riavere le mie cose, la mia privacy, le cose cui mi ero abituata in queste due settimane e mezzo. Vivere lontano dai cari è duro. Tuttavia man mano che si scoprono dei piccoli piaceri come questo ritrovamento del proprio alcove, ecco che i morsi della nostalgia perdono potere. Continuano ad esserci ma non sono più loro i padroni del bello o brutto tempo.

Sono stata in gita con gli altri studenti, un giorno in Mongolia (la parte cinese) e uno a Datong, capitale dell'imperatore mongolo Wei e della sua non breve dinastia.
Tutti i popoli avevano sofferto le scelte dei loro governatori. Quelle di Wei erano le meno spiacevoli da subire; avevano solo dovuto convertirsi al buddismo. Stupendo. Farei la firma. La scelta di introdurre il buddismo nel regno della grande uguaglianza (Datong) era servita per sedare la popolazione, allora troppo turbolenta.
Era troppo tardi, quando circa cent'anni dopo, una discendente aveva capito che il popolo buddista smise sì di essere un pericolo sociale ma nel contempo smise anche di lavorare.
Sotto il cielo non lavorava più nessuno. Tutti in preghiera e meditazione. Fantastico.
Il seguito era caos, roghi, uccisioni delle guide spirituali e poi la magnificenza delle immagini dei cinque imperatori consecutivi a misura sovrumana, scavati direttamente nella roccia della montagna.
Doveva essere un evento come l'eclisse nell'Antico Egitto. Il popolo – quello scampato ai roghi – di fronte a simile monumentalità doveva sentirsi meno di uno scarafaggio.

Oggi nessuno ha tempo per domandarsi come ci si sente.



Decima puntata:

18 luglio 2011 - Pechino
Bevuto un po' di grappa dal lungo tappo della bottiglia. La grappa, detta liquore bianco, è forte ed è leggermente aromatica. Me la sono meritata.
Oggi avevo avuto paura di dover subito rientrare in Italia. Proprio oggi che avevo saputo che potevo rimanere all'università per un altro mese, facendo un altro corso di quattro settimane. Ero al top del top, si sentiva la mia sicurezza mentre istruivo tre bolognesi novellini, impauriti e spaesati a districarsi tra i vari edifici. Già ieri sera ero piena di speranze per il prossimo futuro qui che includeva la sicurezza del campus e la garanzia dei risultati scolastici.
E' stata una doccia fredda. Non è stato un dolore improvviso che, in quanto tale, non ti fa male, almeno al momento. No, questo è stato un continuo insinuarsi di speranze e di disillusioni, di certezze e di dubbi striscianti che ti ledono la fiducia nell'universo passo dopo passo. Ero crollata, ancora una volta, ho pianto e ho reclamato verso l'alto dove si trova qualcuno più alto di un essere umano.
La soluzione, invece, è stata istantanea. Dato che non potevo usare il bancomat che uso solitamente in Europa e la carta di credito era rimasta senza pin code, praticamente ero impossibilitata a prelevare dal mio conto. E' stata Milena, una dolce ragazza serba, a dirmi che potevo comunque pagare le spese grosse con la carta di credito.
Quanto è piccola una persona che ha perso la fiducia: io mi ero sentita meschina, una persona indegna cui veniva tesa una mano. “Dio è grande” pensavo mentre mi accingevo a raggiungere gli amici per la cena.



Frammento 

Immagine di uno dei cinque Budda giganti


17 luglio 2011
Fotoricordo
La macchina fotografica era scarica. Il cellulare pure.




Undicesima puntata - Diario di Pechino


19 luglio 2011 - Pechino

Questa è stata la giornata più strana da quando sono qui. Fin dalla mattina avevo problemi di diarrea acuta. Avevo fatto una fatica boia a studiare. Gli esami, poi, avevano entrambi smentito le previsioni: quella scritta, detta la difficile, è risultata piuttosto facile mentre l'orale, quella facilissima, si è rivelata ostica.

Per pranzo avevo voluto accontentarmi del brodino di riso per arginare la diarrea. Poi avevo dormito. Sodo. Un'ora.

Più tardi ero andata all'internet point, dove avevo sbattuto via novanta minuti della mia vita. A dire il vero il mio problema era piuttosto quello di avere troppe ore di cui non sapevo cosa fare. Novanta minuti in meno significavano un pezzo di problema in meno. Che tristezza! Ritornata nella mia camera la sua evidenza era inevitabile. Che tristezza, non aver modo di scrollarsela di dosso. A quel punto avevo pianto.

Da un lontano universo mi era arrivata l'idea che avrei potuto anche mettermi a leggere. Ho un libro che avevo già letto, di cui mi ero scordata del tutto. A leggerlo mi viene una sensazione di serenità benchè l'argomento sia tutt'altro che sereno. Letto appena alcune pagine già m'era venuta voglia di scrivere delle mie sensazioni, delle mie pene e speranze. Benchè ciò non fosse realizzabile, lo stato d'animo era quello.

Capisco che sono proprio le difficoltà oggettive a mettermi K.O. Infatti, dopo aver incontrato un'amica e aver invano tentato di prelevare al bancomat, mi erano completamente spariti i buoni propositi lasciando il campo alle frustrazioni e al malessere.

Per scrollarmeli nuovamente di dosso decisi di andare al mio ristorantino preferito. Lungo la strada continuavo a sbirciare il cieldo, sempre più nero, tanto da fare gli ultimi metri di corsa.
La pioggia giunse assieme ad un buio pesto. Era bello guardarla dalla finestra, mentre mangiavo una bella coscia di pollo. Continuavo a guardarla tutto il tempo come se ciò potesse servire a farla smettere.

Una volta uscita mi aspettava la cruda realtà; è stata un'impresa attraversare la strada e chiedere un passaggio sotto l'ombrello di una passante, fino alla fermata dell'autobus, a pochi metri di distanza. Una volta scesa dall'autobus, mi toccava fare un altro "ombrella-stop" e quando finalmente ero arrivata all'entrata del campus, ormai da sola, ero riuscita ad abbandonarmi allo scrosciare dell'acqua, bagnandomi come un pulcino. L'aria della sera era tutt'altro che fredda e una volta in camera, liberatami dagli indumenti fradici e fattami una bella doccia calda, ho finalmente sentito di tornare a vivere nella realtà.




Dodicesima puntata:


20 luglio 2011 - Pechino

Ho ritirato la pagella: orale 81/100, lettura: 65,5/100 ... ok.
Mi sono iscritta al nuovo corso che inizierà tra una settimana. Nel frattempo parola d'ordine: relax.

Ci hanno preparato una bella cena nel ristorante più elegante del campus e ci hanno distribuito le pagelle. La cena era ottima, intorno il chiacchiericcio era interminabile, tutti eravamo di buonumore. Poi è stato duro separarci, eravamo rimasti a ciondolare nell'atrio per un'ora e ancora non ci andava di dividerci e così avevamo deciso di accompagnare a casa uno di noi. Era stata la pioggia che con la sua improvvisa comparsa a metter fine a tutto ciò.

Io avevo, come sempre, birra e grappa in camera. Dopo un'attesa interminabile le due amiche italiane erano venute a trovarmi. Il discorso scorreva piacevolmente tra i vari posti da visitare e i libri che avevamo letto o evitato di leggere per svariate ragioni. Nel guardarle mi sembrava di vedere me stessa alla loro età, sempre pronta a discutere di qualcosa, di informarsi su qualcos'altro, di apprezzare qualcos'altro ancora. Quella che sembrava di aver avuto più esperienze aveva la lingua destinata ad essere il canale dove scorreva il materiale cerebrale IN and OUT. Gli interessi toccavano i 360 gradi, che si trattasse di come contrattare sui prezzi o di come distinguere un buon libro.

Ero affascinata di tanta vitalità e mi sentivo soddisfatta per aver avuto anch'io a mia volta, la sua stessa modalità e esperienza. L'invidia non c'entra, ero semplicemente deliziata al solo partecipare a questo processo.




Tredicesima puntata - Diario di Pechino:



21 luglio 2011 – Pechino

Dopo pranzo

Tra poco mi tocca andare a fare un colloquio di lavoro. Qualche giorno fa sono stata fermata da una signora cinese che mi aveva proposto un questionario che riguardava la possibilità di andare a insegnare inglese.

Pensavo si trattasse di qualche stupida scuola serale privata invece mi hanno telefonato dall'Università di Pechino e così mi tocca provarci. Tanto non mi prendono di sicuro, provarci non costa.

Dopo cena

Dopo il colloquio quanto mai scarso (mi hanno semplicemente chiesto l'orario di disponibilità) io e le immancabili amiche italiane siamo tornate al campus a piedi – stavo per scrivere “tornate a casa a piedi” !
Per ringraziarle di avermi accompagnata le ho offerto del vero caffè italiano nel bar sotto casa (!)

Ci avevo impiegato un bel quarto d'ora ad insegnare alla ragazza come si fa e adesso è felice quando mi consegna uno specie di espresso; un po' di liquido denso e scuro in fondo a un bicchierone. Il caffè è dell'Illy e poco male se hanno finito quello rosso e mi servono il decaffeinato; darei un bacio a chi lo ha fatto venire dall'Italia.

Le amiche non volevano accettare ma io oggi mi sento ricchissima per il semplice fatto che ho trovato una banca che mi fa finalmente prelevare. Come se non bastasse, dato che erano le quattro del pomeriggio, il prezzo è sceso da nove a sei kuai* – dalle due alle cinque l'Illy lo bevo scontato del trenta percento.

* un kuai vale circa 8 centesimi



Quattordicesima puntata - Diario di Pechino: 


22 luglio 2011 – Pechino

Ieri ero tornata dalla discoteca alle quattro. Non mi ero accorta di aver ballato per ore. Mi sentivo talmente a mio agio, la stanchezza era volata via.

Nel locale la luce era al minimo. Tuttavia si distingueva un bell'uomo da uno brutto come pure una bella ragazza giovane da una come me. Eppure sono stata coinvolta in balli a due a più riprese, ho sentito il battito cardiaco del ragazzo cinese, ho strusciato fondoschiena contro fondoschiena con un altro ragazzo orientale e con quello africano. Ho sentito il divertimento puro ma anche l'agressività del cinese respinto, ho persino avuto paura. Tutto nero nella sala nera, gli occhi due fessure, movimenti completamente fuori tempo, eppure per un attimo mi sono trovata proiettata nella mia stessa giovinezza.

A casa, dopo la doccia, non riuscii a prendere sonno e così, tirato fuori “Tokyo blues”, mi ero messa a leggere per un po. Dormii facendo sogni strani e poi, durante il giorno, fino a quando non partimmo per questa esplorazione, non mi sentii a posto.

Il programma era concentrato sull'Art Gallery all'aperto, in un'area industriale dismessa. (Io veramente speravo di ritrovare quella situazione in cui, anni fa, riuscivo a portare via un bel quadro per pochi soldi. Il quadro lo ammiro tutti i gironi, essendo appeso vicino al mio letto.)

Il tempo era pessimo. Non pioveva ma era piuttosto buio e si poteva spremere la nebbia per farne uscire l'acqua. Io grondavo di sudore. Le esposizioni erano uno più diverso dall'altro, senza un filo conduttore, alcuni erano addirittura geniali, altri erano poco più che una bottega di artigianato di basso livello. V'erano dei quadri enormi, coloratissimi stile Kokoscka, altri metafisici, altri ancora postmoderni.

Avendo mangiato poco, camminato tanto, eravamo piuttosto distrutti quando finalmente siamo arrivati a casa. Mangiato una banana, fatto la doccia, mi ero concesso un'oretta di lettura. Quando poi uscii per cena, s'aggregarono due amici pachistani che per tutto il tragitto non facevano che farmi domande sull'Italia. Era tardissimo, a giudicare dai crampi allo stomaco, quando finalmente arrivammo davanti al locale di loro gusto.

Dopo cena il ritorno a casa sembrava di nuovo interminabile. Entra in un cortile, esci dal cortile, viale a destra, viale a sinistra, bambini che scorrazzavano sulle loro skateboard nuove, innamorati mano nella mano, noi tre soli a parlare di politica nella notte buia.






Quindicesima puntata - Diario di Pechino:
 
 

23 luglio 2011 – Pechino

Ho comprato la tessera del tram (veramente di tram qui non c'è ne nemmeno uno).

Quando mi avevano chiesto quaranta kuai al posto dei venti previsti non mi ero ricordata dello student's card che m'avrebbero fatto avere lo sconto, avevo pagato i quaranta kuai e basta. Ero già sulla metrò quando mi ero data della cretina ma ormai era troppo tardi.

Ok. Sono andata in centro. Mai più! Per cambiare metrò abbiamo fatto mezzo chilometro in fila indiana, in fila per sei, s'intende. Grondavo sudore da ogni parte. La metrò, poi, era gelata naturalmente. Wang Fujin è una delle vie del centro più visitate in assoluto. Sta a est dalla piazza Tian An Men. “A est” come dicono qui a Pechino, mica “a destra” come diciamo noi comuni mortali. La libreria che cercavo era una delle più vecchie e poi, forse, non si trovava a est bensì a ovest dalla famosa piazza. Dipende dai punti di vista.

Può esservi qualcosa famosa per la tristezza? Tian An Men lo è. I cinesi che affollano la piazza forse neanche se lo ricordano. Al posto della memoria celebrativa avranno la memoria dell'anatra all'arancia. Non avrei dovuto pensarlo così ma in certi momenti è inevitabile farlo.

Finito di comprare i libri e i dvd era ora di pranzo. Avevo scovato una trattorietta con la promessa di cibo fatto secondo l'usanza della casa quindi ordinai dei ravioli e un piatto con le verdure. I ravioli risultavano essere davvero fantastici (all'interno v'era del ragù a base di agnello) e il piatto con le verdure (peperoni e cipolle) conteneva pezzi di pesce in salsa agro-non-so-che. Era tutto buonissimo. L'unico problema era che i ravioli erano venti e il piatto a base di pesce bastava per tre.

Avevo fatto impacchettare ciò che era avanzato ma poi, quando stavo per uscire dalla metrò, non volevano farmi passare al controllo.



Sedicesima puntata - Diario di Pechino:


24 luglio 2013 - Pechino


Anche oggi ho preso un impegno in città: sono andata a visitare un vecchio hutong. Me ne ha parlato tempo fa una signora e stranamente mi era rimasto impresso nella memoria il nome della fermata. Di metrò ce ne sono tante ma fermata con quel nome fortunatamente ce n'era una sola.

La nebbia era viscida e mobile, forse ancor più di ieri, tempo ideale per gironzolare nei hutong – pensavo.

Nove anni fa ne avevo visitata una che era in condizioni assai più spregevoli. Ricordo i carrettini e i bambini che correvano su e giù. Adesso invece c'erano delle toilette ad ogni entrata e le vie erano sgombre e pulite. Non così gli alloggi: bastava entrare in uno dei cortili che ne inglobavano alcune che l'ordine della strada fosse subito un lontano ricordo. Le entrate delle singole abitazioni, i gradini, le porte erano in un disordine inimmaginabile, per non parlare della sporcizia, dei panni stesi, della robivecchia. Cerchioni di biciclette, poi le biciclette stesse buttate lì in un androne dal disegno raffinato e da un intonaco putrefatto. 
Ve n'erano pure delle eccezioni: con sforzo disumano si conservava dell'antico e si dava la cura necessaria ad alcune piante, quasi a contrastare la massiccia presenza del caos.

Perdersi in un hutong è facilissimo. Ho represso in più occasioni la solita voglia di percorrere qualche scorciatoia, preferendo la riluttante ovvietà dello percorrere le stesse strade a ritroso. Come premio non solo non mi sono persa ma ho fatto in tempo a raggiungere le amiche per il pranzo.




Diciasettesima puntata: Diario di Pechino


25 luglio 2013 - Pechino


L'ho fatta grossa. Stavolta ho sbagliato e in più non c'è modo di tornare indietro.

Avevo fatto una sfilza di errori: avevo pagato con la carte di credito perchè ero bagnata e non volevo fare la fila in banca. Ero bagnata perchè avevo capito male dove dovevo andare così ero dovuta ritornare indietro. Avevo pagato con la carta e quando l'impiegata mi aveva mostrato l'importo non ci avevo fatto caso che al posto di 3.500 yuan stavo per pagare 5.300 yuan. Ero stanca, bagnata e avevo fretta di finirla.

La cifra poi risultò essere corretta perchè mi ero iscritta a un corso intensivo con cinquanta percento di lezioni in più. Mi ero iscritta al corso intensivo perchè al momento di compilare il modulo avevo fretta ed era la terza volta che mi chiedevano qualche nuovo documento da esibire. Avevo fretta perchè avevo paura che mi potessero rifiutare per qualche motivo. Così avevo sbarrato la casella delle quattro settimane, sapevo che c'era anche un corso di cinque settimane – da evitare, e non mi ero curata di verificare altro.

Così eccomi qua con la prospettiva di immergermi nello studio senza possibilità di scampo. In fondo sono qui per questo, non è vero?!

C'è stata una pioggia fortissima stamattina. Gli ombrelli non sevivano più di tanto. Le scarpe calpestavano litri d'acqua prima di toccare terreno e il vento infilava i raggi di pioggia ben sotto gli ombrelli. Più tardi il sole ha fatto capilino per un attimo per poi minacciare di nuovo pioggia, alternandosi così per un bel po'. Infine, verso il tramonto, abbiamo potuto respirare: c'era sole e aria fresca, un gioiello insperato.

I balconi dei dormitori si sono subito riempiti di panni stesi ad asciugare. Il mondo intero ha riaperto i polmoni per respirare l'aria pura.




Diciottesima puntata: Diario di Pechino


26 luglio 2013 - Pechino


Oggi abbiamo visitato il tempio La Nuvola Bianca.

La prima cosa che mi aveva stupita era la mancanza di folla. Oltre a noi tre, all'entrata non c'era nessuno. Anche in seguito ci sono state delle visitatrici isolate, qualche uomo ma nulla al confronto con altri posti. Il yuan (corte, corile) è tutt'ora attivo, qua e la s'intravvedevano delle abitazioni, qualche monaco s'affrettava verso altri cortili e così via. In un luogo sperduto, ad onta del silenzio e del "tutto chiuso" s'intuiva la funzione degli edifici grazie alla presenza di cassette della posta.

Oggi il cielo era luminoso e alto, il sole emetteva i suoi raggi violenti, l'ombra era fitta e buia.

Nei numerosi templi che si susseguivano si continuava a sentire l'odore dell'incenso che bruciava negli appositi fornelli all'esterno. Non li ho contati ma erano sicuramente oltre una ventina, ognuno dedicato a un personaggio o divinità specifici. In uno, oltre alla dea principale ve n'erano altri sessanta: la combinazione dei Dieci Tronci Celesti con i Dodici Rami Terestri.

In un cortile, poi, si trovavano i bassirilievi dei dodici segni dello zodiaco cinese. Accanto v'erano ventiquattro immagini che rappresentavano la vita di alcuni uomini illustri del passato.

Una volta terminati i templi ci si ritrovava in cortili e sistemi di cortili piuttosto complessi. V'erano dei passaggi coperti, piccole montagne reggenti pagode, palazzi di abitazioni. Il tutto sotto un sole cocente mentre fuori si svolgeva la solita giornata di frenesia e di caos.




Diciannovesima puntata: Diario di Pechino



28 luglio 2011 - Pechino
Da giorni, otto per la precisione, esco di mattina presto e non torno che nel tardo pomeriggio. Mi stanco abbastanza e poi tutte le sere devo fare il bucato perchè si suda molto e io mi cambio spesso.
Oggi sono tornata nel grande bookshop sulla Chang 'An avenue. Ieri me l'ero ricordato piuttosto bene, dopo nove anni, persino il lato della strada dove avrebbe dovuto trovarsi.
Sono ritornata perchè ieri, alla fine di una lunga ricerca, sono riuscita a sbagliare libro: al posto di uno per violoncello avevo comprato quello per ghitarra. Una spiegazione c'è, c'è n'è sempre una, quello per ghitarra era lì per sbaglio su quello scaffale, la ghitarra ad un'occhiata superficiale potrebbe sembrare un violoncello e poi era un libro per principianti, cosa che mancava sullo scaffale degli altri strumenti.
Dunque sono tornata. Riportare un articolo con la confezione intatta, correlato da scontrino non dovrebbe essere un problema. Dalla cassa, invece, mi hanno spedita in ufficio spiegandomi che "solo" dopo aver espletato le dovute funzioni si poteva acquistare il libro nuovo. Uhm, io il libro nuovo ce l'avevo già in mano.
La pedanteria è un'eredità del regime socialista. Io pure fatico a reprimere l'istintiva maestrina che è in me. Confesso che ogni volta che vedo una benchè minima manchevolezza mi viene subito da fare la predica. Non poterlo fare mi da non poca frustrazione.
Sulla metrò, prese in capolinea, ci siamo seduti quasi tutti. Una giovane signora con tre pacchi e la sua ragazzina sono rimaste in piedi. Guardavo la madre che s'asciugava il sudore e non appena ho potuto ho chiamato la ragazzina per dar loro il mio posto. Quanto sono rimasta indignata quando a sedersi è stata la ragazzina mentre la madre era rimasta in piedi con i tre pacchi in mano!
P.s.
Non riesco ad aprire la bottiglia, la porta con la chiave elettronica, il computer di Elena, non riesco a fare bene il numero di telefono etc etc. In compenso viaggio con i mezzi che è una meraviglia.




Ventesima puntata: Diario di Pechino
 


29 luglio 2011 - Pechino


"Il dado è tratto" sono iniziate le lezioni. Sono in Classe C, è forte, anzì, è fortissimo. La sfida in questo campo mi sprona, non mi abbatte. Sono in (quasi) pieno possesso delle mie facoltà.

Domani andiamo in gita sulla Grande Muraglia. Intanto fuori piove di nuovo. Stavolta sta cadendo una pioggia fitta, l'aria è fresca, non c'è nebbia nè troppa umidità. E' un piacere passeggiare nei viali semibui, mentre le macchine sfrecciano via, lasciando una scia di goccioline. Ho fatto un largo giro , la pancia è ben piena, sono arrivata a Wuadokou ("incrocio di cinque vie") e ho guardato passare un treno notturno. Sfilavano i vagoni con le cucette, qualche faccia insonnolita dietro le finestre.

Come sempre mi ha preso la nostalgia, la voglia di andar via, lontano da qui. Oramai mi è rimasto solo questo piccolo lembi di nostalgia, mentre per il resto sono ben felice di essere al mondo, orientale o occidentale che sia, non ha più tanta importanza. Ciò che mi manca non è tanto il paesaggio o un clima migliore. No, in questi momenti mi mancano le persone, i miei cari, la mia vecchia gatta malata. Le loro voci, quando mi telefonano, mi fanno sentire degna di essere su questa terra come se, in assenza, mancasse l'approvazione della mia persona tutta.

Tuttavia non si tratta di mancanza di autostima; con duro lavoro me la sono conquistata, non ho bisogno che altri confermino la validità della mia esistenza. Qui però sono persa, i miei valori all'improvviso hanno perso la loro quotazione in borsa, da queste parti non vengono riconosciuti. Mi sembra di fare uno sforzo al limite della sopportazione per potermi conquistare, a poco a poco, ciò che non ho più. Sto lavorando sodo, con le mie continue ricadute, momenti in cui di nuovo tutto ha perso il suo valore e io sono nuda davanti al mondo intero.




Ventunesima puntata: Diario di Pechino







30 luglio 2011 – Pechino – Grande Muraglia - Pechino

Stamattina sono corsa fuori quasi in pigiama per comprare lo yoghurt, ma prima delle otto non apriva nessuno. Sono tornata con la coda tra le gambe e ho deciso di impadronirmi di una delle tante confezioni di yoghurt della mia compagna di stanza.

Lei è così: tutto quello che compro io è troppo caro. Lei si riempie il frigo con la sua roba, quella non è troppo cara.

Pomeriggio, appena toranata dalla Grande Muraglia, mi ero preparata per uscire di nuovo. Alle tre passate andare alle rovine del Palazzo dell'Estate era, invece, troppo tardi – secondo lei. Qualcosa è sempre troppo, quando si tratta di me. A conferma di quanto mi stava dicendo, aveva sfogliato una guida nella sua lingua (coreana) per poi doversi correggere "Il Palazzo dell'Estate non chiude alle 16.30, bensì alle 17.30".

Dunque stamattina ho mangiato uno dei suoi yoghurt. L'autobus non aspettava l'apertura del negozio, siamo partiti alle 8.20 circa.

Usciti da Pechino c'eravamo diretti verso nord. Abbiamo viaggiato per due ore buone quando, all'improvviso, sbucò una torre della Muraglia dal niente. Ad accoglierci la solita scena colorita: venditori di ogni specie di cose più a meno a buon mercato che tentavano di accaparrare la nostra attenzione.

Io, Eva e Maria eravamo tra i primi a prendere la funivia. Lassù iniziò una sterminata camminata, intervallata ad ogni piè sospinto dalla sosta per le foto. Odio le foto. Le scatto anch'io ma quando mi rendo conto che diventano più importanti del fatto stesso di essere lì, mi ravvedo e smetto.

A camminare su quei sassi, pur in presenza di migliaia di turisti, faceva sentire i passi di chi, prima di noi, li aveva calpestati. Quanto sudore! Sudavano gli uomini e anche i cavalli – pensavo.

In Cina non sai mai quanto c'è di vero in quel che vedi. E' destabilizzante non poter fidarsi dei propri sensi. Eppure è questa la realtà: nuovi edifici antichi ad ogni angolo. La Grande Muraglia rifatta per deliziare gli occhi di noi, turisti, non fa eccezione.

Il sentiero di montagna, invece, era vero. L'avevamo percorso, inizialmente alla ricerca di un posto fresco e comodo dove mangiare. Poi in un attimo eravamo arrivate al punto di partenza dove, se possibile, i venditori era ancor più numerosi e ancor più rumorosi.


Ritornata dalla Grande Muraglia, i miei nuovi amici m'avevano invitata ad andare con loro allo Yuan Ming Yuan (Palazzo dell'Estate). Me lo ricordavo con piacere quell'enorme parco con lago, circondato da salici dove avevo passato un mezzo pomeriggio da sola a guardare le rovine e a sentire il venticello, nove anni prima.

Stavolta, al posto della solitudine, v'erano le solite migliaia di turisti ad affollare ogni dove e prima di arrivare alle rovine dovettimo "ammirare" i tanti fiori finti, navi finte, per non parlare dei draghi e di altre cose innominabili e pacchiane.

Le rovine erano ancora lì, ancora per poco se l'afflusso resta tale. La pietra bianca abbandonata al sole mi ricordava la Grecia come pure alcuni motivi decorativi. La forma dei giardini, invece, faceva pensare alla Francia. Strano miscuglio.

Per ultimo avevamo voluto vedere una pagoda in marmo bianco dove, dopo aver trovato la giusta uscita da un vero labirinto, potevi salirvi lungo una scaletta a chiocciola, posta all'esterno.

"Bene, non ci siamo stancati invano"– avevo pensato.




Ventiduesima puntata: Diario di Pechino










1 Agosto 2011 - Pechino

Ieri mattina sono andata con Jenny a vedere Jingshan. E' un parco molto bello e grande, giusto dietro la Città Proibita, accanto al parco di Beihai. Il tempo era bello, il sole bruciava già alle nove del mattino. Jenny ci teneva ad arrivare presto per veder cantare e ballare i veri abitanti di Pechino.

Il rumore era assordante ma questo non ha impedito alla moltitudine di divertirsi. Ad ambo i lati della barricata - spettatori e cantanti/ballerini - vi era la stessa gente. Di fatto si verificava qualche cambiamento; qualcuno finiva di cantare, qualcun altro iniziava a suonare. In uno slargo, sotto l'ombra degli alberi, s'alternavano due donne nel ballare mentre lungo il muro (in Cina un muro ci deve essere sempre) v'era la fila di una dozzina di uomini che suonavano l'armonica da bocca.

Non potevano mancare i nostalgici di Mao; il canto era il solito, la mimica pure, cosa ci trovavano di piacevole io veramente non lo so.

Finito di girovagare nel parco di Jingshan, avevamo deciso di andare a vedere pure Houhai ("Mare che sta Dietro") che si distingue da Qianhai ("Mare che sta Davanti") per mezzo di un ponte dalla storia dimenticata.

Sulla cartina la strada era diritta, bastava percorrerla per essere subito lì. In effetti, invece, la strada finiva in uno specie di Hutong dove una vietta non del tutto incoraggiante si perdeva tra le case. Noi ci siamo inoltrate, armate di coraggio, e quando sembrava ormai inevitabile la necessità di tornare indietro, ecco che scorsi un muro parzialmente coperto da alberi e case.

"Proviamo lungo il muro!" - proposi timidamente - non c'è niente da ridere, ero insicura anch'io. Il muro poi si rivelò essere la strada giusta e, una volta percorsa, si usciva dal huton su un viale completamente inondato dal sole.






 


Houhai è una delle tante meraviglie nuovo-antiche che si trovano a Pechino. Lungo le sue sponde numerosi i caffè e i Tea-house. Percorrerla tutta ci ha messo una tale fame; Jenny conosceva un bel ristorantino lì proprio vicino.




Ventitreesima puntata: Diario di Pechino







 2 agosto 2011 - Pechino

Continua lo studio estenuante. Lezioni fino le tre, poco svago e molto studio fin quasi l'ora di cena. La mattina mi alzo presto e studio mezz'ora prima di andare in classe.

Fuori il tempo si sta stabilizzando. Anch'io mi sto adeguando al clima ma oggi, verso sera, l'umidità era scomparsa lascando il posto a un tramonto mozzafiato.

Con il gruppetto bolognese (tre persone) siamo andati a cena in un ristorante di poco conto, mi è dispiaciuto non aver insistito a portarli in un posto più decente.




Ventiquattresima puntata: Diario di Pechino
 

3 agosto 2011 – Pechino

Domani andremo in gita per il weekend. Sono poco convinta e mi dispiace aver ceduto.
Avrei voluto rimandarla anche perché verrà ripetuta tra una settimana o addirittura rinunciarci.
Per completare il quadro è previsto brutto tempo.




Venticinquesima puntata: Diario di Pechino
 

5 agosto 2011, sul treno per Luo Yang 

Ci siamo sistemati per la notte io e le due bolognesi, una sotto l'altra. Siamo riuscite ad avere un posto vicino al gruppo dei tedeschi che stavano sempre tutti insieme. Non è stato facile ma per fortuna ce l'abbiamo fatta.

Tra poco spegneranno le luci, io mi sto..... - luce spenta.

 

Ventiseesima puntata - Diario di Pechino


6 agosto 2011 – Zheng Zhou

Finalmente una doccia.

Siamo tutti stanchi. Troppo stanchi. L'ultima ora e mezza in pullman, in mezzo al traffico del sabato sera ce la potevano risparmiare. Non se ne poteva di più.

Frammento del diario del 7 agosto:

“Andiamo per ordine: eravamo partiti la sera di venerdi e avevamo dormito in cuccetta. Fin qui tutto bene. Colazione in un hotel a Luoyang, poi via alla volta delle cave.






Le cave sono state fatte intorno al sesto secolo da una donna, la principessa Wu.
Luo invece è il nome del fiume e, dato che la città sta al nord del fiume, ha preso il nome Yang (dello Yin e Yang), quindi si chiama LuoYang.

Le cave erano tantissime; piccole, grandi e enormi e, salvo due, erano state tutte scavate dall'uomo. Ivi trovavano posto le statue di Buddha con i saggi e i vari personaggi tutt'intorno. Alcuni erano molto rovinati altri meno.









Dalle cave la strada per il ristorante non era lunga. Dopo pranzo ci hanno subito portati al Tempio Shaolin. Il posto aveva un forte sapore popolano. Statuette kitch e venditori di souvenir ovunque.

Lo spettacolo shaolin si era svolto in un palazzo costruito apposta. Spente le luci, si sono susseguiti numeri di bravura, quasi da circo. Io mi stavo annoiando quando si era presentato uno dei monaci (un ragazzo) che con un ago doveva rompere un palloncino che si trovava dietro una lastra di vetro. Dopo diversi esercizi di concentrazione il ragazzo era partito all'attacco ma il palloncino era rimasto intatto, mentre l'ago era caduto a terra. Lui ci ha riprovato altre due volte e, quando nemmeno il quarto tentativo ebbe successo, ci rinunciò a malincuore.

Ebbe preso il suo posto un altro ragazzo, presumibilmente già maestro, a giudicare dal color arancio della sua veste. Anche lui aveva mancato il bersaglio ben due volte ma alla fine il palloncino s'era rotto con un gran rumore e il vetro bucato era stato sollevato in segno di trionfo.

Il boato in sala era assordante. Anch'io avevo respirato a pieni polmoni l'aria del successo. Il maestro nel frattempo aveva fatto alcuni esercizi, probabilmente per scaricare la tensione emotiva.
Erano seguite altre bravure poi eravamo usciti.





Nel parco Shaolin non poteva mancare il tempio. Come le altre tre o quattro che avevo visitato, era contorniato da un alto muro, l'entrata principale adornata a dovere. I cortili interni e i palazzi dedicati ai vari culti erano tenuti in ordine, molto belli e suggestivi. Ovunque i monaci s'ingegnavano a vendere la loro merce. Io, come souvenir, mi ero comprato un libro di preghiere.

Il parco aveva altre sorprese, precisamente una “Foresta di pagode”. Non avevo capito che pagoda significasse quella costruzione alta, a forma di cono, che conteneva le ceneri dei morti, certo non quelli di un monaco qualunque.

Nella “foresta” le pagode si susseguivano serrate, una in fila all'altra, a spina di pesce o semplicemente diagonalmente. Uno più diverso dall'altro, uno più bello dell'altro. Mi ricordava Manhattan, zona Wall Street, vista dal ponte di Brooklyn. I grattacieli sembravano alberi di un bosco. Sì, prima dell'undici settembre.

La giornata era stata lunga e il peggio doveva ancora venire.

Eravamo partiti alla volta di Zheng Zhou, distante una sessantina di chilometri. Una volta arrivati in città ci aspettava il caos del sabato sera: un'ora e mezzo a passo d'uomo. Erano quasi le nove quando, stremati, affamati e sudati, eravamo arrivati al ristorante. Avevamo mangiato svogliatamente, lasciando interi piatti di cibo buono e saporito. Non vedevamo l'ora di fare la doccia e infilarci in uno di quei bei letti dal materasso morbido.




Ventisettesima puntata - Diario di Pechino

7 agosto 2011 – Zheng Zhou
Stiamo tornando a casa, cioè a Pechino. In questi giorni ne avevamo viste di cose, ne avevamo fatte di cose a iose.
Segue dal diario del 7 agosto:
La notte porta buoni consigli e caccia via la stanchezza e la depressione.
Era iniziata una nuova giornata, nuove sfide ci aspettavano, nuove promesse.
C'eravamo spostati verso est, a Kai Feng. Qui la dinastia Song aveva operato per la riunificazione della Cina; moneta unica, scrittura unica, unica legge. Più tardi, nel nono secolo, alla corte dell'imperatore c'era un certo Signor Bao, molto amato dal popolo e apprezzato dalla corte per la sua imparzialità e saggezza nel gestire le faccende umane. Parliamo del quinto secolo. I cinesi gli hanno dedicato un intero tempio lungo il lago che porta il suo nome.


La dinastia Song aveva la sua città proibita a Kai Feng. Il palazzo imperiale s'erge tutt'ora su un'alta struttura a vi si accede per mezzo di una larga e impressionante scala in marmo bianco. Per uscire dal parco dalla porta orientale avevo percorso sentieri in mezzo ai fiori, avevo attraversato un angolo di un laghetto saltando da una pietra all'altra. Come ricordino mi ero comprato un bel disegno su carta di riso: tre granchi in lotta tra loro.



La città di Kai Feng ci aveva riservato un'altra attrattiva: una pagoda, alta 55,63 metri, cotruita nel 1049.
Avevo provato a salire la stretta scala a chiocciola ma ben presto i visitatori che m'avevano preceduta, scendendo, m'avevano costretta a fare marcia indietro. Non ne avevo avuto a male; questi pochi gradini avevano già messo a dura prova i miei muscoli rallentati da tanto studio e poco moto. Il souvenir stavolta era un chicco di riso sulla quale la ragazza aveva inciso, servendosi di speciali lenti di ingrandimento, alcune parole recanti auguri di buona salute, tutto chiuso in una minuscola bottiglietta di vetro.



Il programma della giornata era particolarmente fitto; dopo un pranzo fugace ci aspettava il museo più bello della Cina, a detta della guida locale.
Il museo consta di quattro piani. A me era particolarmente cara l'epoca del bronzo per via delle iscrizioni oracolari che si trovavano sopra. Avevo ritrovato i famosi vasi sacrificali con tre o con quattro gambe recanti alcune iscrizioni difficili da decifrare. Ero ben soddisfatta; ne valeva davvero la pena.












Dal museo eravamo andati dritti-dritti alla stazione.






Le stazioni nelle grandi città cinesi sono delle specie di aeroporti. Prima di accedere alla propria sala d'attesa c'è, oltre al controllo bagagli veri e propri anche il controllo dei biglietti. In effetti, ad onta dell'enorme numero di viaggiatori, di caos neanche ombra.
Il treno è comodo e sebbene viaggiassimo ad alta velocità non si sente rumore e non si registra alcun disturbo. L'agenzia di viaggi ci aveva fornito un pasto a ciascuno: pollo e riso, granoturco e verdurine. Buono e ben caldo.
Accanto c'è il vagone bar. Bevuto una birra ora sono pronta per il rientro.

 

Ventottesima puntata - Diario di Pechino

8 agosto 2011 – Pechino


La gita mi ha insegnato delle cose fondamentali; ad esempio che non ci si deve stressare oltre misura. Sono qui da più di un mese e ho ancora tre settimane di studio. Direi che potrebbero bastare.

Mi do da fare fino all'inverosimile per rientrare in Italia al più presto. Anche prima di finire il corso.

Ventinovesima puntata - Diario di Pechino



9 agosto 2011 - Pechino

La stanchezza comincia a farsi sentire. Oggi in classe non riuscivo a concentrarmi. Mi dispiaceva ma era più forte di me,  non capivo niente di quello che diceva il registratore.
A pranzo c'era Jenny con me, del corso precedente, in partenza per casa. Nel salutarla mi ero commossa, anche lei.
Casa – che parola magica! Per me casa è l'Europa; l'Ungheria e l'Italia, l'Austria o la Germania – importante è respirare l'aria di casa, ovunque si trovi al di là del Caucaso.

Trentesima puntata - Diario di Pechino

10 agosto 2011 – Pechino


Ho la data del mio rientro in Europa: partenza primo settembre con l'arrivo il due settembre a Budapest. Era la strada che mi permetteva di avvicinarmi a casa senza pagare cifre stratosferiche per un biglietto in business class.

Dunque, il dado è tratto; anch'io conosco la data del mio volo, anch'io posso fare il count-down: meno 22.

Adesso sono libera di gioire di quello che ho, del mio studio che progredisce bene, delle mie amicizie con gli italiani e non solo, del mio poco tempo libero. Posso pensare a chi devo fare un regalo, a chi solo un pensiero, a chi devo mandare una cartolina, a chi una mail.

Posso sentirmi bene, senza rancore, posso guardare i cinesi come solo i turisti sanno fare, posso tornare alla mia trattoria, fare un po' di spesa per il tempo che mi resta. Sì, “il tempo che mi resta” è diventato all'improvviso prezioso, perché è limitato e perché non ne posso sprecare una goccia. Sto iniziando a fantasticare a come mi mancherà tutto questo un giorno, come rievocherò ogni minuto del tempo che d'ora in poi passerò qui.

Ecco quella linea invisibile che ogni volta che viaggio separa la prima parte quando è tutto interminabile e di cui non si capisce il fine dalla parte rimanente che in un attimo vola via. Tutto questo per un biglietto d'aereo che sembrava impossibile ottenere.

Quando avevo sentito il prezzo, prezzo molto-molto alto, per un attimo avevo tentennato. In cuor mio non mi pareva possibile che spendessi una tale cifra per me stessa ma poi mi ero subito ricomposta e, presa la biro, firmai la quietanza della carta di credito. Il biglietto diceva: si parte la notte tra 1 e 2 settembre (ora locale). Il volo dura dieci ore.

Da Budapest, passati i cinque-sei giorni canonici per sbrigare le varie faccende e, goduto della compagnia di parenti e amici, rientrerò con un altro volo a Milano l'otto settembre.

Trentunesima puntata - Diario di Pechino


11 agosto 2011 – Pechino
Ho scritto diciannove cartoline e no ho ancora quattro-cinque da scrivere. La vacanza ha già il sapore del rientro.
La mia compagna di stanza è tornata a sorridere. Sarò mica io che sono cambiata e, di conseguenza, intorno a me tutto è tornato alla normalità?
Tra ventidue giorni torno in Europa – quasi a casa.

Trentaduesima puntata - Diario di Pechino








12 agosto 2011 – Pechino
Sono tornata nella grande libreria a Wang Fujin. Ho comprato ancora un libro su I Ching .
Finito di gironzolare m'era venuta fame e, sapendo che non molto lontano avevo mangiato i migliori ravioli di Pechino, avevo allungato il passo nella speranza di ritrovare la trattoria. Essa, un buco di negozietto in una viuzza sporca e affollata, era ancora lì, la ragazzotta m'aveva riconosciuta e i ravioli, se possibile, erano ancor più squisiti.
Dopo una bella scorpacciata (ben venti pezzi) m'ero avviata verso la metrò quando in una piazza avevo scorto un uomo intento a lanciare un aquilone. Questo, con un'apertura alare di circa tre metri, era addobbato con luci colorate, ad intermittenza. Solo quando era già in alto nel cielo, avevo scorto l'altro aquilone, quindi il suo proprietario. Dovevano essere amici, tenevano ognuno il proprio rullo e camminavano avanti e indietro a breve distanza, a seconda delle necessità dettate dal vento.
Non ero sola io che nel frattempo mi ero seduta su di un gradino: intorno a me famiglie con bambini e persone di ogni specie fissavano lo sguardo sui due aquiloni, sempre più lontani. Grazie alle luci intermittenti si scorgeva la loro presenza mentre scendeva la sera che tutto copre e rimette a posto.

Trentatreesima puntata - Diario di Pechino

13 agosto 2011 – Pechino
Oggi era sabato – è quasi mezzanotte. Avevo studiato, fatto il bucato, studiato di nuovo. Verso sera mi ero messa in cammino, degli amici mi aspettavano in Wang Fujin.
La libreria di Wang Fujin è grandissima, di sei o sette piani. Tra gli scaffali gente di tutte le età è stravaccata per terra o seduta sui tacchi, intenta a leggere. L'atmosfera è gioiosa e la presenza di una tale quantità di libri influisce sulla buona predisposizione per la lettura in corridoio, sistemati alla meno peggio.
I miei amici però mi stavano aspettando chissà dove... io non li vedevo ma loro erano lì – così mi assicuravano per telefono – erano lì vicino, all'ingresso addirittura. Ebbi un'improvvisa illuminazione: “saranno mica in un'altra libreria?”
Iniziò così un inseguirsi in mezzo alla folla finché non c'eravamo finalmente riuniti. La libreria dove loro stavano rovistando tra i libri, dvd e altro era specializzata in libri in lingua straniera, diversi piani in un vecchio edificio, a metà altezza della stessa via. La sera era appena agli inizi, una volta soddisfatta la curiosità c'eravamo spostati in quella grande e moderna di prima. I miei amici erano reduci di una visita alla Città Proibita, la stanchezza si percepiva in ogni movimento.
Pechino è immensa, per tornare avremmo dovuto prendere tre diverse metrò e camminare altri dieci-quindici minuti. Il taxi è una soluzione ottimale in questi casi; in quattro la spesa è ridicola e ti portano a casa bella fresca in meno di venti minuti. 

Trentaquattresima puntata - Diario di Pechino



                                         Il baretto dove consumavo i momenti più tristi, da sola
14 agosto 2011 – Pechino
Domani è Ferragosto. Lo so, perché ho letto il Corriere della Sera, on line.
E’ tutto così lontano. Un sogno. Da qualche parte del mondo le cose continuano andare avanti sulla loro strada come se nulla fosse successo. Bagnini che gridano, mamme che pettinano le figlie, ragazzi che si guardano in cagnesco.
Io, io, io. Io non sono lì.
Eppure quell’Italia io la conosco, sento in bocca il sapore della pasta al forno, nelle orecchie odo ancora la risacca. Sono morta e sono su, nel cielo. Guardo l’andirivieni delle cose, sento un pizzico di nostalgia ma è solo una chimera: io non ho più sensazioni.
E’ stata dura, tremendamente dura, stare qui senza la sicurezza che tutto questo un giorno finirà. Costantemente temere per il proprio futuro dove i dubbi e le incertezze avevano l’assoluto predominio su tutto.
Adesso non è più così. Adesso ho la data del mio volo, non è tanto lontano, e soprattutto so dove sarò, cosa farò. Qualche incertezza c’è tutt’ora ma è poca cosa. In questa certezza entra pian piano la consapevolezza dell’altro. Dell’altro mondo, quello cui ero abituata, quello che ritroverò tra non molto, se Dio lo vorrà.
Quel mondo io l’avevo dimenticato. Non mi ero permessa di averlo davanti agli occhi, di ricordarmelo con nostalgia. Ero a Pechino e di Pechino si parlava. Della vita “qui ed ora”. Nemmeno un mezzo pensiero in più. Quando iniziai a sognare ad occhi aperti l’uomo che non dovrei amare, avevo capito di essermi allontanata dalla realtà. Sognare proprio lui aveva tutta l’aria di evadere dal mondo dove mi trovavo e dal momento che stavo vivendo. La mia capacità di adattamento era arrivata al limite. A quanto pare, per risalire prima bisogna toccare il fondo. Io il mio fondo l’avevo toccato ad onta di tutta la mia forza di volontà tesa a non cedere. Avevo ceduto e in quello stesso momento avevo deciso che volevo salvarmi. Da lì la risalita è stata lenta ma inarrestabile.
Stasera avevo pensato all’Italia come a una realtà esistente. Sebbene mi sembrasse un sogno, quel mondo esisteva. Lì c’era una vecchia gatta malata che mi stava aspettando. Per lei, e solo per lei, sembrava che io fossi la cosa più importante al mondo. Poi, lentamente, uscirono dalla nebbia delle persone intente a vivere le loro vita. Per me erano come delle marionette dietro una tenda. Li vedevo ma loro non vedevano me; io ero inesistente. 

Trentacinquesima puntata - Diario di Pechino





15 agosto 2011 – Pechino
Oggi è grande festa in Italia, giorno indimenticabile.
Oggi, come sempre, sono andata a scuola. Il cielo è stato buio tutto il giorno, ad intervalli pioveva pure.
“E’ grande festa in Italia, festeggiamola!” – avevo proposto agli italiani, ma non avevo sortito effetto. Allora, presa dallo scoramento, mi sono incamminata da sola verso quel viale lunghissimo dove si trovavano, in ordine di arrivo, la trattoria alla buona dove mangio sempre il pesce, il ristorante con tutte quelle sale e salette in cima alla scala e poi una serie infinita di locali e localini dai gusti più svariati che non avevo ancora conosciuto.
Mi sono spinta lontano e, sull’altro lato del vialone, avevo superato una trattoria islamica con i tavoli in strada. Gente a quell’ora doveva essercene tanta ma dall’islamico regnava una grande pace. Proseguendo avevo visto altri posti più o meno interessanti ma nessuno come l’islamico m’aveva incuriosita. Tornata indietro mi ero decisa a fermarmi.
Il padrone, con il zuccotto in testa, è venuto a prendere l’ordine. Avevo chiesto spiedini di agnello (ben cinque!), spiedini di peperoni e un piattino di verdure fresche, crude. Avendo dimenticato di ordinare del pane i cinque spiedini di agnello erano finiti in un attimo. Quando ne chiesi altri cinque, ecco arrivare gli spiedini di peperone, enormi e anche un bel pane arabo arrostito, fatto a spicchi e condito con poco olio e rosmarino. Infine arrivò anche il piattino di verdure. Avevo bevuto quasi tutta una bottiglia di birra di formato grande. Il cibo era quanto mai semplice ma molto saporito. Ad un certo punto si è avvicinata la padrona, si è seduta e abbiamo cominciato a parlare. Era una giovane donna, sui …..anta, non saprei precisarlo. Un viso così bello: occhi grandi e zigomi alti. Le chiesi da dove veniva e lei mi disse che veniva da una parte a nord-ovest. Quando le chiedevo della famiglia si emozionava – le mancava tanto la mamma anziana. Ogni volta che tornavano a casa erano diciasette ore di treno. Io le parlavo dell’Italia, della festa della nostra Santa… quando lei esclamò: “MA- LI- A! “. Loro, invece, sono musulmani, sulla facciata del locale è ben visibile una grande moschea. Lei mi diceva che i musulmani in Cina erano molto numerosi, interi tribù popolosi, che a Pechino ci stavano bene ma il clima era pessimo, che la figlia grande s’era appena laureata, che loro avevano tanta nostalgia di casa.
Quando era ora d’andare mi avevano fatto lo sconto e io avevo promesso di tornare.
Penso di aver degnamente festeggiato il Ferragosto, pur lontano da casa.

Trentaseiesima puntata - Diario di Pechino



16 agosto 2011 – Pechino
Stanotte è piovuto di nuovo ma stamattina è comparso il sole e il cielo si è riempito di blu. Man mano che passavano le ore il tempo s’è migliorato fino a diventare una bellissima giornata. Stasera la luna appena sorta, quasi piena, é una padella enorme, giallo arancione. Una volta salita in cielo ha  perso forza e le stelle si sono fatte vedere per la prima volta da quando sono qui, vale a dire quasi da un mese e mezzo.

Trentasettesima puntata - Diario di Pechino



17 agosto 2011 – Pechino
Dopo la giornata stupenda di ieri oggi è di nuovo nuvoloso. Il sole non si è visto tutto il giorno, la pioggia invece sì e la temperatura si è abbassata sensibilmente. Già da tempo notavo che la sera il sole calava presto, sempre più presto, ma oggi c’era addirittura un’aria autunnale come se il gran caldo non dovesse tornare mai più.
Mai più – che parole aggressive! Persino quando penso che in questo Paese non metterò più piede, mai più, insomma mi correggo sempre dicendo: “A meno che non si tratti di una cosa di notevole interesse, credo proprio che questa sia l’ultima volta che vengo qui.” Sono prudente: mi ero tanto entusiasmata all’idea di venire, non vorrei entusiasmarmi allo stesso modo del non tornarci più. “Non metter limite alla provvidenza” è un buon consiglio anche se il mio è più un atteggiamento di permissivismo che di credo.
Stavolta l’ho sbagliata grossa e vorrei, se non altro, imparare dal mio errore. Oltretutto l’averla sbagliata grossa non è esattamente la prima volta che mi succeda.


Trentottesima puntata - Diario di Pechino






18 agosto 2011 – Pechino
Oggi è tornato il sereno, di nuovo. Cielo azzurro come se fosse la cosa più normale di questo mondo rasserenarsi del tutto dopo una giornata di pioggia preceduta a sua volta da un giornata completamente limpida.
E il cielo di Pechino è tornato ad essere blu, il sole scaldava i cuori, gli uccelli e le cicale facevano le loro gare di canto.
Una sola persona non gioiva: Daniele. Avevano sbagliato la scadenza del suo visto e per rinnovarlo non c’era abbastanza tempo, di conseguenza doveva posticipare la partenza di almeno tre giorni.
Ho letto la disperazione sul suo viso, qualcosa che si avvicinava a quello che provavo io quando la speranza di rientrare in anticipo si allontanava sempre di più, lasciandomi in balia a pensieri allucinanti sempre più deprimenti.
Vederlo soffrire per la stessa pena mi aveva fatto scattare sentimenti contrapposti: da una parte una gran voglia di aiutarlo, dall’altra una sottile gioia di non essere io colui che soffre.


Trentanovesima puntata - Diario di Pechino



19 agosto 2011 – Pechino Mancano giusto due settimane. Bazzecole. Rispetto all’oltre un mese e mezzo da quando sono qui sono davvero iniezie. Stasera ero tornata nella trattoria musulmana. Stavolta era pieno, tutti i tavoli in strada erano occupati e non solo quelli. Il termine “tutti i tavoli” non rappresentava la realtà delle cose perché, quando era arrivato un gruppo di sei-sette persone, erano saltati fuori tavoli e sedie in aggiunta a quelli già presenti. Io avevo chiesto ospitalità a una giovane coppia. Loro non mi avevano respinta ma nemmeno incoraggiata a farlo. Mi sono quindi accontentata di una sedia in fondo al loro tavolo e, dato che il loro gradimento era al minimo, avevo preso il telefonino e con disinvoltura avevo chiamato mio figlio. Lui, almeno, era felice di sentire la mia voce. Gli avevo raccontato in diretta che mi trovavo in mezzo a una brigata rumorosa che ben si percepiva a dodicimila chilometri di distanza. La giovane coppia si era tolta ben presto dai piedi e, al loro posto, era arrivata una giovane famiglia con bimba di un anno circa. Come vuole la tradizione la bimba non solo non aveva il pannolino ma nemmeno le mutandine e il suo culetto s’appoggiava spesso al tavolo. Per fortuna dal loro lato. Questa famiglia veniva dalla Mongolia Interna, alle normali difficoltà della lingua s’era aggiunta la pronuncia di lui che chiacchierava volentieri. Mi chiedeva dell’Italia di cui aveva visto qualcosa in TV e mi confermava il mio sospetto che la Repubblica Mongola aveva ben altro per la testa che unirsi alla Cina. Mi sentivo a mio agio, anche prima del loro arrivo, ma poi il tempo era volato. Per accelerare il rientro a casa avevo preso l’autobus che mi doveva portare vicino. All’ultimo momento, però, l’autobus aveva girato verso oriente e, seppur scesa subito alla prima fermata possibile, mi era toccato fare un chilometro a piedi.


Quarantesima puntata - Diario di Pechino

20 agosto 2011 – Pechino --- E’ sabato. Sono stata a visitare il Tempio del Lama. Qui il Lama della Mongolia veniva a studiare. E’ un tempio dove, in teoria, ci sono i monaci tibetani, quelli eletti e approvati dal governo cinese. --- A guardarli sembrano proprio dei monaci. Più seri di quelli visti altrove; nel Tempio della Nuvola Bianca o in quello di Shao Lin. Altrove i monaci sono furbetti come chiunque, qui serissimi, come se dovessero confermare la loro identicità. --- Si diceva che in una delle cinque sale principali ci fosse un budda impegnato in una scena erotica, opportunamente coperto da drappeggi per non urtare la sensibilità dei visitatori. Non riuscendo a trovarlo avevo chiesto ad un monaco dove fosse la Sala della Felicità. Non mi veniva in mente la parola “felicità” e così avevo parlato di gaiezza e di divertimento senza riuscire ad ottenere risposta. Quando però pronunciai la frase 心里很高兴 (nel suo cuore è contento), il monaco spalancò gli occhi e disse: “E’ il primo palazzo”. --- Il budda era davvero coperto da drappeggi dal petto in giù, l’unica cosa che forse poteva far presagire qualcosa era il sorriso da ebete a bocca spalancata. Le labbra erano di un color vermiglio volgare. Il tutto più che erotico aveva qualcosa di surreale. --- Nell’ultima sala trovava posto un budda di legno, gigantesco e pauroso, un tronco di sandalo, dipinto di rosso, mentre in un’altra sala il budda giallo-rosso rappresentava il fondatore della setta gialla – non ne so molto di più. --- Fuori, all’altro lato della stessa strada, ho scovato un piccolo museo che custodiva pietre e legno scolpite. Poche cose rappresentanti le varie scuole, tutte autentiche, però. In Cina quello che sconcerta di più è l’uso indiscriminato di “antico” ricostruito o fatto ieri, senza segnalare ciò che è autentico, portando l’ignaro visitatore a credere di trovarsi di fronte all’antichità quando invece buona parte è pura copiatura. --- Hokusai disse che anche copiare è arte. Bene, bene, quando si tratta di un artigiano lo accetto ma qui si va ben oltre.




Quarantunesima puntata - Diario di Pechino

21 agosto 2011 – Pechino Seconda giornata di studio. Ho due esami domani e mi sto preparando a tambur battente. Ho scoperto un posticino dove mi concentro perfettamente: è la parte meno frequentata della mensa del pianterreno. Ci sono delle grandi finestre e l’aria condizionata, è del grado giusto e, proprio perché rimane scomodo perché lontano da dove servono il cibo, la gente lo ignora del tutto. Tuttavia non sono l’unica ad averla scoperta perché comunque c’è sempre gente che ci va, se non per mangiare, per studiare. Dalla mattina presto, sabato e domenica inclusi, fin quando non diventa troppo buio, li vedi a due a due a studiare. Ho capito presto di che si trattava: i tutor cinesi danno lezione di ripetizione lì. Non costa molto ed è un posto che tutti possono facilmente raggiungere. Questi tutor sono tutti uguali, dalla pettinatura alle ciabatte, il tono di voce è quello della cattedra, infatti si disturbano reciprocamente tra un tavolo e l’altro. Il primo giorno si è avvicinata una di loro, offrendomi i suoi servizi e io l’ho mandata via senza troppi complimenti. I cinesi che ho potuto osservare sono persone semplici. Hanno alcune regole di comportamento di fondo, per il resto vige la legge del più forte. Sono persone laboriose, senza troppi grilli per la testa ma anche senza troppa voglia di approfondire o di sentire qualcosa di nuovo o semplicemente conoscere qualcosa di cui non hanno bisogno. Se gli chiedi dov’è quella tal cosa, ti indicano il primo posto che gli salta in testa. Se però te ne vai senza il resto, capace che ti rincorrano anche per un chilometro per dartelo. Certo, la generazione nata sotto le buone stelle del boom economico, vale a dire i bambini, sono semplicemente insopportabili. Sono piccoli, s’infilano dappertutto e calpestano sedie e tavoli al ristorante, per non parlare delle urla e dello sgomitare sulla metrò. Altro aspetto poco simpatico è che tutti sono dotati di mezzi per fare le foto, dalla macchina fotografica al cellulare e non c’è posto che si risparmi. Non puoi ammirare un sasso senza che ci fosse un ragazzino a mettersi in posa sopra o la ragazza che sembra debba farsi il book proprio oggi e proprio nell’angolo più sperduto dove ti eri cacciato. Le ragazze hanno qualcosa di surreale, mi ricordano i primi film di fantascienza con questi silouette evanescenti. Hanno il vitino stretto e le anche strette, gambe sottili, non si capisce bene come i femori riescano a reggere le attività motorie delle gambe, per non parlare del petto e schiena quasi inesistenti cui però sono attaccate delle braccia lunghe e magrissime. Mi sono abituata alla loro cantilena, credo che mi mancheranno persino.


 

Quarantaduesima puntata - Diario di Pechino

22 agosto 2011 – Pechino --- NON E’ UN PAESE PER DIVERTIRSI, QUESTO. --- Vieni qui per business o per studio, stai il tempo necessario e poi te ne vai. Alla svelta. --- Non escludo più di tornare qui ancora una volta prima di morire. Lo stretto necessario per lo scopo prefissato. Niente sentimentalismi: la vita è dura e loro lo sanno. --- Ho dato i due esami e ho studiato per il terzo. Siamo a quota sette ore al giorno. Mi fa male il collo per lo sforzo di concentrazione. Mangio senza sapere cosa caccio giù. Il fisico regge, l’anima si sta ristabilizzando. --- Cammino per strada e respiro come ero abituata. Non c’è più l’umidità e il caldo delle settimane precedenti. Sull’imbrunire è quasi piacevole camminare e respirare. Dopo le lunghe ore di studio sono felice di sentire gli ultimi raggi del sole sulla pelle. L’occhio si riposa dopo tanta fatica, la mente prende e vola dove gli va. Sono quasi felice.

Quarantatreesima puntata - Diario di Pechino

23 agosto 2011 – Pechino --- Oggi giornata di shopping. Prima al centro di prodotti elettronici poi in libreria e, dopo il pranzo delle tre, in un mercato delle cose ambigue. --- Io non sono tagliata per lo shopping, ho solo accompagnato le amiche al centro di prodotti elettronici, salvo poi rifarmi in libreria. Ho speso una fortuna in libri veri e propri e in audio-books. Il portafogli si è alleggerito, lo zaino invece si è appesantito. --- Poca fortuna nel pomeriggio: niente prodotti cinesi di straforo a basso prezzo, tutto fufa o prodotti importati, tutti a prezzi altissimi. Devo portar pazienza; tutto si troverà prima o poi. --- Le cose che vale la pena di comprare sono gli oggetti ormai in disuso, come gli arnesi per la calligrafia che invece da noi costano un occhio. Anche il pigiama in broccato di seta per un bambino che verrà è costato poco ed è di fattura e di materiale eccellenti. Un giorno, poi, avevo comprato venti matite Staedtler, sono ottime, da noi costano caro qui invece li compri a venti alla volta. --- Nel tornare a casa mi sono fermata a mangiare un boccone. Dopo poco sono arrivati anche gli amici italiani, si sono fatte le nove e mezza tra la stanchezza e le chiacchiere. Domani – ultimo giorno da sveglia alle sette – avremo sei lezioni, chissà chi di noi parteciperà.

Quarantaquattresima puntata - Diario di Pechino

24 agosto 2011 – Pechino --- Dopo cena sono andata in giro; un giro di perlustrazione con un nuovo itinerario. Ovunque muri. Entro i muri vi sono le porte: del sud, dell’est, del nord o dell’ovest. Quando entri nel quartiere sai dove sei ma non sai mai con certezza dove potrai uscire. A volte vi sono delle specie di budella che ti fanno passare oltre – una persona alla volta – e ti ritrovi in un altro cortile. Le corti (o i cortili) hanno un nome, i tassisti ti ci portano non perché conoscano la via e il numero civico – il più delle volte non sanno nemmeno leggere e scrivere e comunque non riconoscono un posto sulla cartina. --- Dunque stasera ero in giro in posti nuovi. Edifici ultramoderni ovunque e, in strada, i soliti cinesi con la canottiera tirata su sì da far respirare la pancia. Seduti sugli sgabelli portati da casa chiacchierano tra di loro.
Una fila di edifici ricorda quelli vicino alla piscina che frequento d’estate in Italia. E’ sera, luci accese alle finestre. Se m’incammino in quella direzione, entro un quarto d’ora sono a casa. Apro la porta e prendo in braccio la gatta. --- Non posso continuare a fantasticare. Per me è ancora troppo doloroso ricordare. Sono su un altro pianeta, pensare un ritorno a casa non ha senso.


Quarantacinquesima puntata - Diario di Pechino

25 agosto 2011 – Pechino --- Primo giorno dopo la fine della scuola. Piovvigina. Prendo un libro e vado in mensa a leggerlo. E’ in cinese. Me l’ha regalato la mia tongwu (compagna di stanza); il titolo infatti è “The Present”.
Nel pomeriggio avevo fatto delle compere in uno di quei posti dove lo straniero non ci entrerebbe mai. Una bambina, infatti, si era meravigliata a vedermi, una dabi (grande naso=straniero). Avevo speso una stupidata, le cose che avevo comprato, salvo forse le due chiavette USB da 4 giga che infatti mi erano costati quasi 10 euro, il resto erano spiccioli. Avevo trovato la bussola da fissare sulla bici, delle forchettine a due denti con manico in porcellana, dei regalini da quattro soli. Mi ero persino divertita. --- L’autobus, anzì le due linee di autobus, presi all’inverso mi avevano portata a casa senza alcun intoppo. --- Sono serena e comincio a stendere i nervi.

Quarantaseiesima puntata - Diario di Pechino

26 agosto 2011 – Pechino --- Passato un pomeriggio a fare piccoli acquisti e a riportare i libri in libreria. Sono riuscita a riavere tutti i soldi spesi, non pochi. Questa è una libreria un po’ speciale e i prezzi sono alti. Dal mio scontrino si evinceva che avevo speso un bel po’ di quattrini e che i tre libri acquistati erano perfetti ma non per me. In effetti erano scritti in caratteri cinesi non semplificati. --- Dopo un po’ la commessa mi aveva ridato i soldi con i quali più tardi avevo comprato un bel servizio da thè in fine porcellana. Questo per il prezzo di tre libri in inglese-cinese. --- Usciti dalla libreria avevamo percorso diversi chilometri a piedi. Si era messo a piovere ma noi, presi dalla fretta di arrivare prima della chiusura del negozio, avevamo camminato spediti, senza badarci. Sulla nostra sinistra si ergeva nel semibuio l’ultimo palazzo della Città Proibita con tanto di mura e di fossato pieno d’acqua. Svoltato a destra stavamo percorrendo il perimetro di Jingshan e, in fondo al viale, avevamo ritrovato il solito hutong. Quel hutong che io e Jenny avevamo felicemente attraversato una domenica di luglio con il sole del mezzogiorno. --- Qui continuava a piovere. Sulla stradina addossata al muro neanche un anima. I miei amici, in mancanza di meglio, stringevano i denti a mi seguivano senza dire una parola. Dentro di me vedevo già i titoli dei quotidiani di Pechino del mattino dopo “Dispersi quattro turisti italiani nel tentativo di attraversare il hutong”. Dopo un po’ il muro scomparve dalla vista e noi, eseguiti un po’ di svolte a destra e svolte a sinistra, siamo sbucati sul vialone giusto di fronte a Houhai.

 
Houhai è un posto per turisti, quindi, è pieno anche di turisti cinesi venuti a curiosare. All’interno, in una viuzza, ecco il nostro negozio tra i tanti. Il servizio da thè è davvero bello, di ottima fattura, con un prezzo alto anche se non esagerato. L’amica ci rinuncia, io pure. Quando l’amica scopre un altro servizio, ugualmente caro, mi viene un’idea. Prima mi consulto con lei e poi chiedo al titolare: “Se compriamo tutti i tre pezzi, qual è la vostra miglior offerta?” L’uomo riflette per un po’ e poi scrive la cifra: al posto di 800 yuan possiamo averli a 650. Io sono soddisfatta, l’amica pure, tutt’e due abbiamo fatto un gran risparmio e l’artigiano cinese ha venduto ben tre servizi. Usciamo con le belle confezioni in mano, siamo affamatissimi. In un locale del Yunnan (estremo sud) mangiamo le loro cose piccanti, molto saporiti. Dopo cena per un ultimo drink insieme non c’è che l’imbarazzo della scelta. Alla fine ci accomodiamo su due divanetti sulla riva del lago. Il lago porta via i nostri suoni e avvicina quelli che arrivano da lontano. Ci rilassiamo, facciamo un po’ il punto della situazione. Vi è del dispiacere nell’aria: andar via dopo che ci si è trovati bene non è senza tristezza. Non è il mio caso ma lo posso capire lo stesso.


Quarantasettesima puntata - Diario di Pechino

27 agosto 2011 – Pechino --- Oggi siamo andati al mercato dell’antiquariato. Mannaggia, ho speso oltre quaranta euro per un porta-bacchetta in giada. Non avrei dovuto. --- Ho anche comprato un pezzo di seta sottilissima con un bel disegno; prezzo quasi dieci euro. Vabbè: ho anche comprato un paio di scarpette e un paio di stivaletti per bebè, tutto un ricamo. Sono fantastici, un sogno. Per un totale di cinque euro e mezzo. --- I giorni stanno per finire. Strana sensazione. Chissà se sentirò la mancanza di ciò che ora sembra una normalità. Come vivrò l’assenza di tutto questo? Dei cinesi magrissimi, simili agli extraterrestri? Queste strade che non arrivano mai dove dovrebbero ma finiscono in certe budelle? Queste grandi porte con il solito guardiano in uniforme a difesa di che cosa poi? --- Coppie passeggiano, mi sembrano così spenti, nessuno che litighi, nessuno che amoreggi, staranno insieme a far che cosa mai?


Quarantottesima puntata - Diario di Pechino

28 agosto 2011 – Pechino --- Devo aver accumulato tanta stanchezza: stamattina ho dormito fino le nove poi ho dormito due ore nel pomeriggio e ora sono pronta ad andare a letto che sono solo le dieci. --- Oggi avevo lavorato sul progetto del mio futuro lavoro; io e Daniele avevamo scelto su internet le agenzie di viaggio da contattare, avevamo trovato gli indirizzi e gli email. Non era stato molto semplice; ci avevamo impiegato due ore e mezza. Finite le ricerche avevo voluto offrirgli la merenda.
Già che eravamo a Wudaokou ci eravamo incamminati nel viale tal dei tali a cercare il numero civico 18, dove si trovava una di queste agenzie. --- Non trovandolo mi era venuta l’idea di domandare il numero civico d’un negozio ma la cassiera non lo sapeva e ci aveva messo un bel po’ di tempo a recuperare questa informazione. Nel suo caso il numero civico era il 9. Da lì il gioco doveva essere fatto, non a Pechino, però, dove anziché per vie e numeri civici si ragionava per agglomerati di un istituto, di una fabbrica o di un’università. --- Noi avevamo proseguito sullo stesso lato della strada e, arrivati fino in fondo, avevamo cercato di indagare di nuovo. La via era quella giusta ma dove si trovasse il numero 18 era un mistero. Noi due non avevamo fretta, la serata era limpida e bella, avevamo deciso di rifare la strada a ritroso sul lato opposto. Arrivati al primo incrocio ci era parso di essere completamente fuori strada e stavamo per ritornare nuovamente sui nostri passi quando all’improvviso avevamo scorto l’insegna del negozio al numero 9 a conferma che non stavamo poi sbagliando di nuovo. Proseguendo ancora per un bel po’ - ormai completamente senza speranza – avevamo scorto il numero 16 e, di lì a poco, anche il numero 18. Si trattava di un ennesimo centro commerciale dove, al piano terreno, era ben visibile, seppur chiusa, la tanto agognata agenzia.


Cinquantesima puntata - Diario di Pechino

30 agosto 2011 – Pechino --- Stasera ho finito di impacchettare i regali per il viaggio. --- Oggi avevo comprato una borsa di pelle (finta) bella grande. Missà che avrò problemi con i bagagli. --- Oggi continuava la mia ricerca di partner cinesi per il mio lavoro. Riuscire a trovarli è il problema numero uno. I tassisti di solito li trovano se gli dai l’indirizzo completo dove, oltre la via e il famoso numero civico, vi sono cose invisibili ai nostri occhi che li guidano sul posto senza fallo. Noi abbiamo girato avanti e indietro a piedi, intanto il termometro è tornato a segnare oltre 34 gradi; uno stress incredibile.
--- Cenato dal musulmano – per Daniele era l’ultima cena – poi tornata a casa. Distrutta. 


Cinquantunesima puntata - Diario di Pechino

31 agosto 2011 – Pechino --- Oggi ho fatto le ultime commissioni fuori dal campus . --- Tra l’altro ho restituito la tessera della metrò; è stata un’impresa ardua in mezzo a degli impiegati svogliati. Io però sono stata aiutata da un signore disponibilissimo. Lo stesso quando ho cercato di trovare una certa agenzia: una signora ha addirittura chiamato sua figlia col proprio cellulare per chiedere informazione. E non è stata la prima volta! --- In mattinata sono stata impegnata a trovare l’ennesimo posto all’ennesimo numero civico ma, alla fine, ci ho quasi preso gusto. Ogni volta che a Pechino si riesce a rintracciare un qualunque ufficio sembra festa nazionale. Invoglia a ripetere l’esperienza… ovviamente solo fino al primo fallimento. I fallimenti sono all’ordine del giorno. --- Pomeriggio ho preso la strada al nord e mi sono subito trovata all’entrata di un tempio con tanto di mura e porte e biglietti di entrata da pagare. Poco male, per proseguire è bastato correggere il tiro – o quasi. L’agenzia di turno si trovava – sul google map – al sud della stazione della linea 10. Proseguire 50 metri e poi svoltare a ovest. Semplice. Invece si è trattato nientepocodimeno di un hutong.


Gli hutong sono come un casba; un agglomerato di case a un solo piano, fitte-fitte lungo stradine tortuose e buie. In qualche maniera l’ho trovato, l’ufficio del turismo. Si trovava in un budello ma dentro v’erano parecchi clienti, quindi, non si può mai sapere. --- L’ultimo posto, invece, dopo aver dribblato un incasinamento bestiale, era dentro un tower ad un tiro di schioppo; per poco non sono passata oltre. Certo, prima di arrivarci ho persin tentato di scavalcare un divisore della strada ad alta velocità fino a quando una signora (i cinesi non si fanno mai gli affari propri) non m’avesse richiamata all’ordine. Tra l’altro mi ha detto “lì non si può!” senza dirmi dove “si può”.


Cinquantaduesima puntata - Diario di Pechino

1 settembre 2011 – Pechino --- Ho chiuso i bagagli, ritirato la cauzione e con gli ultimi mille yuan sono andata in banca a cambiarli. Il mio era il numero 1120, mancavano giusto venti numeri. Di questi tre-quattro non si sono nemmeno presentati, in fondo avrei dovuto aspettare una decina di minuti al massimo. Invece, no. Ho aspettato oltre mezz’ora e quando finalmente è toccato a me ci ho impiegato altri cinque minuti buoni. --- Questa bella burocrazia fa sì che il tasso di disoccupazione resti sempre basso. --- Il cambio, poi, è stata una bella sorpresa: ho comprato 100 euro esattamente al prezzo con cui l’avrei venduto. Viva la burocrazia. --- Mi avanzano abbastanza soldi per andare al cinema. Il biglietto costa 60 yuan, quasi come a Milano. Mi domando quante persone se lo possono permettere. ---
Sono le due del pomeriggio. Il sole del tardo estate scalda ma non brucia. Si sente già l’avvicinarsi dell’autunno. --- Peccato andar via in questo momento.



Cinquantatreesima puntata - Diario di Pechino

2 settembre 2011 – Budapest --- Durante l’intero volo si vedeva il Carro Maggiore e una sottile striscia rossa a oriente. Appena atterrati subito si era fatto giorno. --- La prima volta che ci avevano servito il pasto m’era successo una cosa strana. Mentre addentravo un panino imburrato m’aveva colpito il suo sapore: erano mesi che non lo sentivo. “Sono di nuovo in Europa” avevo pensato. --- Oggi ho sofferto del get leg, dopo pranzo ho dormito un’oretta e adesso sono pronta per la notte. ---
Budapest è una cittadina di provincia, a confronto con Pechino, ma quant’è bella!